Cirio bond: nuova vittoria per i consumatori.

cirio bond pisa

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Cirio bond: nuova vittoria per i consumatori.

Nuova vittoria per i consumatori, i quali, dietro esplicito consiglio di un funzionario della banca erano stati indotti ad acquistare rischiosissime obbligazioni genericamente denominate “Cirio” (scopertesi essere i titoli denominati “Cirio spa 8% 22.01.01-21.12.05, codice ISIN XS0121553019”.

Tali circostanze sono state confermate anche dai testi indicati dalla Banca.

La documentazione prodotta dalla Banca era incompleta.

► nel contratto n. XXX le due caselle opzionali sono lasciate in bianco e prive di qualsivoglia dichiarazione da parte dei clienti: sintomo inequivocabile che i clienti si erano limitati a firmare la scheda in calce, senza nemmeno minimamente compilarl;

► lo stesso dicasi per il documento n. YYY (“Notizie circa l’esperienza in materia di investimenti in strumenti finanziari”): segno incontrovertibile che la Banca non aveva profilato i clienti e per sua negligenza non era a conoscenza della loro esperienza in materia di strumenti finanziari.

E’ dunque evidente che la Banca non eseguì alcuna profilatura circa le esperienze e gli obbiettivi di rischio dei clienti, così violando precisi doveri imposti dal T.U.I.F.

► Fatto notorio è che i titoli di cui si discute vennero emessi in data 6 febbraio 2001; l’acquisto però fu eseguito prima dell’emissione delle obbligazioni (9.1.2001) nella fase del c.d. grey market, cioè in epoca antecedente all’emissione, nella quale generalmente i brokers autorizzati comunicano le condizioni cui sono disposti ad acquistare e a vendere il titolo in via di emissione. L’emissione viene normalmente preceduta dall’acquisizione, ad opera dell’intermediario, dell’offering circular relativa ai titoli, che consiste in una sorta di comunicazione e invito rivolta ai membri del comitato di collocamento, e che contiene una serie di informazioni sull’emittente (cioè sulla composizione della compagine sociale, sull’indebitamento complessivo e sul patrimonio), sui soggetti che garantiscono l’emissione, nonché sul regime giuridico dell’emissione stessa (cioè le modalità del rimborso alla scadenza, le condizioni per un rimborso anticipato, i presupposti per default e cross default e il regime fiscale, diritti e doveri del trustee e degli obbligazionisti). Per tale motivo si è invocata la nullità ex art. 1346 c.c., per inesistenza o, comunque, per indeterminatezza dell’oggetto degli ordini di acquisto.

► l’ordine indica genericamente la tipologia di obbligazione (Cirio 8%), la quantità, il suo rendimento (8%), la sua scadenza (2005) e il prezzo (104,60); peraltro,  mancando completamente il codice titolo, non contiene alcun riferimento alla società realmente emittente ed in particolare alla sua nazionalità lussemburghese (codice ISIN XS0121553019): elementi essenziali, questi, per poter considerare effettivamente determinato o determinabile l’oggetto del contratto. Cioè non vi erano le indicazioni di cui all’art. 2413 c.c.

► l’altro ordine indica altrettanto genericamente la tipologia di obbligazione (Cirio 8%), la quantità, il suo rendimento (8%), la sua scadenza (2005), il prezzo (104,40), il codice titolo (53848), ma non contiene alcun riferimento alla società realmente emittente ed in particolare alla sua nazionalità lussemburghese: elemento essenziale, questo, per poter considerare determinato o determinabile l’oggetto del contratto. Manca poi il codice ISIN (XS0121553019), e non vi è alcuna indicazione che il titolo fosse venduto ai clienti in grey market, e non vi sono le indicazioni di cui all’art. 2413 c.c.

Quello di cui i comparenti si erano lamentati era principalmente la totale assenza di informazioni in ordine alle caratteristiche del titolo medesimo, oltre che alla completa violazione da parte della Banca delle più elementari nozioni circa l’intermediazione finanziaria, nonché della correttezza e trasparenza (art. 26, 28 29 Reg. Consob n. 11522/1998). I comparenti dunque, grazie ai ben poco lungimiranti consigli dell’impie-gato della banca, si vennero a trovare nella medesima triste situazioni di moltissimi altri risparmiatori: infatti era successivamente emerso (dopo che nel 2000 il gruppo Cirio aveva registrato il peggiore esercizio dal 1997, con una perdita di 78,6 milioni di Euro, e nel 1999 era esposto nei confronti di numerosi istituti di credito), che il 3 novembre 2002 alcuni creditori si erano visti costretti a dichiarare il c.d. default, cui faceva seguito il c.d. cross default, cioè la dichiarazione di inadempimento a catena di tutte le obbligazioni.

Resisi conto, grazie al risalto che i mezzi di informazione davano alle numerose denunce di risparmiatori, dell’estrema difficoltà – anzi dell’impossibilità – di ottenere la re-stituzione di quanto investito, i comparenti si erano rivolti personalmente alla banca chiedendo di essere rimborsati del controvalore delle obbligazioni da loro acquistate, o comunque di essere alleviati nel peso e negli oneri della per loro enorme perdita.

Non avendo peraltro sortito alcun effetto tale richiesta, non restava loro che agire in giudizio per ottenere la condanna dell’Istituto alla restituzione dell’importo investito, pari al controvalore delle obbligazioni acquistate: evidente essendo la nullità, l’inefficacia e/o la annullabilità del contratto e, comunque, la responsabilità risarcitoria della banca.

Il contratto è, in primo luogo, nullo a causa della violazione delle numerose norme imperative che disciplinano la materia, non potendosi attribuire, secondo il consolida-tissimo orientamento della S.C., alcuna rilevanza alla circostanza che tale sanzione non sia prevista, in caso di loro inosservanza.

Incontestabile, per la precisione, il netto contrasto con l’art. 21 del d.lgs. n. 58 del 24 febbraio 1998 (T.U. delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria), a mente del quale, nella prestazione di servizi di investimento ed accessori, i soggetti abilitati de-vono:

  1. a) comportarsi con diligenza, correttezza e trasparenza nell’interesse dei clienti e per l’integrità dei mercati;-
  2. b) acquisire le informazioni necessarie dai clienti, ed operare in modo che essi siano sempre informati,
  3. c) organizzarsi in modo tale da ridurre al minimo il rischio di conflitti di interesse e, in situazioni di conflitto, agire in modo da assicurare comunque ai clienti trasparenza ed equo trattamento;
  4. d) disporre di risorse e di procedure anche di controllo interno, idonee ad assicurare l’efficiente svolgimento dei servizi;
  5. e) svolgere una gestione indipendente, sana e prudente, e adottare misure idonee a salva-guardare i diritti dei clienti sui beni affidati.

I piccoli risparmiatori, e così anche i comparenti, nella maggior parte dei casi non ve-nivano informati delle diverse circostanze sintomatiche per la rischiosità delle obbli-gazioni da loro acquistate. Più in particolare non venivano messi al corrente: a) che si trattava di titoli emessi senza rating; b) che mancava il prospetto informativo; c) che i titoli medesimi non potevano essere collocati sul mercato in quanto destinati solo a investitori istituzionali; d) che gli stessi erano stati emessi da società estere; e) che si era al cospetto di operazioni in palese conflitto di interessi: tutte circostanze verificatesi anche nella fattispecie e confermate proprio dai testi di controparte e dalla C.T.U.

La comparente, al pari di tutti quelli che come lei avevano acquistato quel genere di obbligazioni, non era stata neppure informata della circostanza che si trattava di obbligazioni emesse non in Italia – lo impedisce l’art. 2410 c.c. a norma del quale la società può emettere obbligazioni… solo per somma non eccedente il capitale versato ed esistente secondo l’ultimo bilancio approvato –  ma in Lussemburgo e, di conseguenza, prive di prospetto informativo.

Da aggiungere che i bond Cirio, trattandosi di obbligazioni estere, sulla base di diverse disposizioni CONSOB avrebbero potuto essere offerti e venduti soltanto a investitori istituzionali e non invece, come è in realtà accaduto, a privati: ulteriore circostanza, questa, che conferma l’inosservanza di diversi obblighi previsti dall’art. 21 del d.lgs citato.

La nullità dell’acquisto in parola discende anche dalla violazione di diverse disposizioni del Regolamento CONSOB n. 11522 del 1998. Prima di tutto l’art. 26, comma 1 lett. a), che impone agli intermediari di operare in modo indipendente e coerente con i princìpi e le regole generali del Testo Unico in materia di intermediazione finanziaria. Di poi il successivo art. 27 che, al pari dell’art. 21 lett. c) del d.lgs. cit., vieta agli intermediari autorizzati di svolgere operazioni in conflitto di interessi, a meno che  l’investitore, dopo essere stato debitamente informato circa la natura e l’estensione dello stesso, abbia “acconsentito espressamente per iscritto all’effettuazione dell’operazione”. Ciò invece non si è verificato, benché la banca agisse in evidente conflitto.

Parimenti inosservato appare il successivo art. 28, non avendo nel caso in esame l’intermediario mai dato, come invece avrebbe dovuto, adeguate informazioni  sulla natura e sui rischi dell’operazione.

Lo stesso dicasi per il successivo art. 29, il quale obbliga gli intermediari a non effettuare per conto degli investitori “operazioni non adeguate” per tipologia, oggetto, frequenza  o dimensione, non essendo stata in realtà assunta alcuna articolata e personalizzata infor-mazione circa la propensione al rischio, la capacità finanziaria e gli obiettivi di investi-mento dei comparenti, modesti e prudenti investitori.

Deve inoltre segnalarsi che, nel caso in cui il contratto in parola non fosse nullo, lo stesso dovrebbe ritenersi annullabile per conflitto di interessi, ai sensi degli artt. 1394 e 1395 cod.civ.

Infatti la banca agì quale venditrice di titoli presenti nel suo portafoglio  e ben sapendo che, operando la cessione, veniva a liberarsi di titoli divenuti per lei stessi oltremodo scomodi ed infruttuosi.

► Dovere di informare e di informarsi a carico della Banca:

Nell’espletamento del servizio di negoziazione, gli intermediari autorizzati devono infor-mare l’investitore ed informarsi sul profilo di rischio di quest’ultimo, secondo la regola del “know your customer rule”; nonché valutare l’adeguatezza dell’operazione proposta rispetto a tale profilo (regola della “suitability rule”), ed infine agire, nell’effettuazione del servizio di negoziazione, tenendo sempre in considerazione il prezzo e gli altri oneri sostenuti dall’investitore (regola della “best execution rule”).

Essersi disfatta di un prodotto ‘trash’, come erano le obbligazioni Cirio nel 2001, ha rappresentato per la Banca, già di per sé, un ingiusto profitto, al di là delle commissioni che anche per le vendite in contropartita diretta generalmente si lucrano a scapito dei clienti.

Ma non solo. Se la Banca aveva contrattato in contropartita diretta, occorrerà indagare sul prezzo di vendita dei titoli (liberamente fissato dall’Istituto stesso, trattandosi di titoli del proprio portafoglio), onde verificare l’esatta entità dell’ingiusto profitto.

Va ricordato, se ed ove ve ne fosse ancora bisogno, che le obbligazioni Cirio, a differenza di quanto dichiarato al momento della vendita, non erano titoli emessi da una società italiana, ma erano stati emessi da una società estera lussemburghese.

Riassumendo, la Banca avrebbe dovuto dichiarare in anticipo, su ogni singolo foglio d’ordine, che intendeva procedere fuori dai mercati regolamentati e fuori dai mercati or-ganizzati, cioè in contropartita diretta; e richiedere per ogni singolo ordine l’autorizzazione scritta dell’investitore per operare fuori dai mercati regolamentati; e in aggiunta avrebbe dovuto provare di aver ottenuto un miglior prezzo di quello ottenibile dentro il mercato regolamentato. Il che equivale a dire, in definitiva, migliore di quello esposto nei listini di borsa!

Nel caso dei bond Cirio, però, la banca non ha mai adottato una procedura diversa da quella con cui operava in contropartita diretta con i Titoli di Stato italiani.

sentenza cirio trib. pisa

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